Umberto Cecchi - Presidente
Una nuova stagione ricca di tante cose dove lo spettatore è il vero protagonista
La nuova stagione del teatro Metastasio arriva in un momento in cui la politica sembra essere in lite profonda con la cultura. Uno scontro assurdo che si protrae da tempo e che ha raggiunto ora il suo livello più pericoloso: quello che rischia di lasciare il nostro Paese, centro di una dottrina millenaria, privo delle strutture necessarie per conservare il suo posto fra le nazioni ancora oggi capaci di insegnare qualcosa in uno spettro completo che va dal passato all’attualità.
Il nostro teatro, centro di produzione della Toscana, non è esente, ovviamente, da queste difficoltà ma ha tutti gli elementi necessari per portare avanti gli impegni che il consiglio di amministrazione e la direzione hanno assunto al momento di entrare in carica. E le sue maestranze hanno dimostrato nel corso di quest’anno la medesima capace volontà di andare avanti nonostante tutto. Nonostante gli ormai pochi contributi, in alcuni casi dimezzati, e nonostante i ritardi incredibili che i vari ‘patti di stabilità’ - formule cervellotico-burocratiche per spiegare lo slittare continuo delle erogazioni di fondi - cercano di giustificare. E nessun paese è più immobile di quelli in cui governa la burocrazia.
Eccola dunque la nuova stagione del Metastasio, con le sue produzione di notevole impegno e con un cartellone altrettanto ricco di novità assolute e di riletture di pièces che hanno fatto la storia dello spettacolo dell’Otto e del Novecento. Come l’insuperabile armonia de Il giardino dei ciliegi, una delle opere di Čechov rimaste insuperate per scrittura ed equilibrio scenico. Per la costruzione dei suoi dialoghi, dove neppure una parola è di troppo. È una delle nostre produzioni assieme allo stabile della Sardegna. E che dire de La cantatrice calva di Ionesco, pietra miliare del teatro dell’assurdo o di quella Sarabanda dell’enigmatico Ingmar Bergman che nella seconda metà del Novecento fu al centro di dibattiti e di scontri fra razionalisti e visionari.
A Elektra, uno dei punti fermi del teatro classico spesso legato alla figura femminile e sulla sua forza evocativa, si alterna un’opera inedita come Lo schifo, di un giovane drammaturgo che ripropone al pubblico la morte di Ilaria Alpi, una donna del nostro tempo, a tu per tu con i maneggi e i sotterfugi intessuti fra signori della guerra e della politica. E ancora i classici come I fratelli Karamazov e Il bugiardo.
Fra le riproposte d’antan, in questo caso al Fabbricone, fra tante altre, non va tralasciato quell’Ubu roi che ha contraddistinto una precisa epoca teatrale carica di inquietudini, o Woyzeck, capolavoro assoluto di Büchner, né l’eccezionale presenza di un’altra leggenda del teatro, Eugenio Barba, che per l’Odin Teatret ci presenta la sua regia di La vita cronica.
Ma non voglio certo fermarmi su tutti i titoli delle novità, farei come quei lettori che sottolineano tutte le frasi del libro che stanno leggendo rendendo pressoché inutile la sottolineatura: il vostro catalogo illustra con ampiezza di particolari storici e critici l’intera stagione che ci sta davanti, e chi ci segue avrà dunque modo di documentarsi ampiamente.
Preferisco, invece, soffermarmi un attimo su quello che ritengo essere uno sviluppo dell’azienda Teatro Metastasio. Da anni molte cose erano immobili sia per quanto riguardava le strutture sia l’assetto del personale. Ora molte di queste, con gran difficoltà, visti i tempi, siamo riusciti a smuoverle. Intanto il personale: in una situazione generale in cui i teatri mettono a ‘cassa integrazione guadagni’ i loro dipendenti, noi, dopo un ampio decennio di immobilismo, abbiamo aumentato e trasformato numerosi rapporti di lavoro, consolidandoli e eliminando così l’angoscia periodica dell’attesa di una riconferma stagionale per molti dei nostri collaboratori. Una cosa questa resa possibile sia dalla volontà precisa del consiglio, sia dall’esperienza di alcuni nostri addetti, sia dal proficuo rapporto fra noi e i sindacati coi quali il dialogo è sempre stato aperto e propositivo. Di pari passo abbiamo ripristinato numerose cose lasciate via via decadere. Sia al Metastasio che al Fabbricone. Consolidandoci al Magnolfi con un programma dedicato ai giovani e per i giovani.
Ma accanto a queste iniziative, che servono a dare sempre maggior forza alla struttura, non posso tralasciare l’impegno che abbiamo profuso per creare - nonostante la sordità e le distrazioni di molti - una scuola di teatro che serva a formare i giovani e aiutarli a intraprendere questa professione: attori, scenografi e drammaturghi che insegnanti di grande rispetto ed esperienza hanno cominciato già da mesi a preparare con grande rigore e professionalità.
Senza dimenticare l’importanza di aver creato nel nostro teatro una compagnia stabile di giovanissimi e ottimi attori, che hanno già dimostrato la loro validità con lo spettacolo Giochi di famiglia e che per questa stagione andranno in scena con La cantatrice calva, Il giardino dei ciliegi e I fratelli Karamazov.
È vero che la necessità aguzza l’ingegno, ma è altrettanto vero che anche il teatro e in particolare i teatri stabili di produzione dovranno rinnovarsi totalmente per evitare non solo spese eccessive, e spesso superflue, magari destinate per la maggior parte a primedonne, ma anche per arrivare a presentare al pubblico novità uscite da una sorta di laboratorio del pensiero che da anni ormai sembra soffrire di narcolessia e non è più impegnato né nell’approfondimento né nella ricerca di uno sviluppo che dia al teatro quella contemporaneità e quella modernità innovativa delle quali sentiamo tutti, operatori e spettatori, un assoluto bisogno.
Difficile dire oggi, in apertura di questa nostra seconda stagione, se riusciremo ad adempiere a tutti gli impegni che ci siamo presi e agli obiettivi che ci siamo prefissi. Ma noi, nonostante i mala tempora che seguitano a correre, nonostante un certo senso di solitudine nel quale sonnecchia la cultura, andremo avanti nella certezza di avere voi, che siete il nostro pubblico, pronti a sorreggerci e incoraggiarci con la vostra presenza e la fiducia dimostrataci. Vero che c’è ancora molto da fare, e che abbiamo di fronte anche il rischio di sbagliare. Ma facendo si rischia di commettere anche degli errori. Eppure è nel fare, nel rinnovarsi, nella ricerca, e nell’errore che nei secoli è sempre stato racchiuso il segreto del nostro pensiero.
Paolo Magelli - Direttore
Produrre per rispondere alla crisi
Carissimi spettatori
questa è una stagione difficile, la stagione dei tagli e quindi quella del risparmio. Secondo la logica avremmo dovuto abbassare la testa e noi invece siamo riusciti a tenerla alta a dispetto delle difficoltà, grazie soprattutto alla nostra fantasia, ma anche agli innumerevoli sacrifici fatti in prima persona dagli artisti (attori, registi, scenografi, costumisti, compositori) e dai tecnici, come da tutto il personale del teatro, e abbiamo messo in cantiere ben sei produzioni.
La cantatrice calva di Eugène Ionesco, che segna il ritorno del grandissimo Massimo Castri supportato dal suo collaboratore storico Marco Plini, un ritorno del fondatore di questo Stabile, che ci affascina ed emoziona. Il progetto vede come protagonista la Compagnia Stabile del Teatro: Valentina Banci, Mauro Malinverno, Francesco Borchi, Fabio Mascagni, Elisa Cecilia Langone, che ospitano una giovanissima Sara Zanobbio.
Sarabanda di Ingmar Bergman, realizzato in coproduzione con il Festival di San Miniato, interpretato da Giuliana Lojodice, Massimo De Francovich, Luca Lazzareschi, Clio Cipolletta e diretto da Massimo Luconi.
Il giardino dei ciliegi di Anton Pavlovič Čechov, un vero e proprio esperimento dal punto di vista produttivo perché la Compagnia Stabile del teatro si fonderà in quell’occasione con la compagnia del Teatro Stabile della Sardegna. Mi pare giusto citare la partecipazione di artisti eccezionali alla realizzazione di questo spettacolo, la cui scenografia è creata da Lorenzo Banci, mentre i costumi sono di Leo Kulaš e le musiche del maestro Arturo Annecchino. Voglio anticiparvi un aspetto interessante che fa ben sperare sul futuro di Prato e che vi spiegheremo in modo più approfondito nel programma di sala: la “Fabbrica Prato” partecipa attivamente donando la sua intelligenza e i suoi prodotti alla realizzazione di questo spettacolo e nel momento della presentazione ringrazieremo individualmente quelle aziende e maestranze pratesi che ci hanno aiutato. Da questa bellissima risposta ci pare d’aver capito che la città sta riprendendo fiato e che c’è volontà di aiutare la cultura.
In coproduzione con il Teatro delle Donne, scritto e diretto da Stefano Massini, Lo schifo - omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione, con Lucilla Morlacchi e Luisa Cattaneo.
Poi Ubu roi di Alfred Jarry, realizzato da Roberto Latini; anche questa, come La cantatrice calva, una produzione a carico del Teatro Metastasio con la collaborazione di Libero Fortebraccio Teatro, una compagnia che sarà guidata sulle tavole del palcoscenico dallo stesso Latini.
Dulcis in fundo ritroverete la compagnia doppia (Stabile della Toscana e Teatro della Sardegna) ne I fratelli Karamazov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, per la regia di Guido De Monticelli.
Signori, siamo uno dei teatri meno finanziati d’Italia ma fieri di essere uno dei teatri stabili che in questa stagione produce di più.
Se queste righe volevano essere un veloce prologo informativo, passiamo ora ad un velocissimo epilogo.
Come ben saprete, perché ormai alle vostre spalle, de facto la stagione del teatro è iniziata il 23 settembre con il Festival Contemporanea che ha visto 78 rappresentazioni in nove punti della città e della provincia, e ha ospitato anche artisti affascinanti come Lisbeth Gruwez e lo storico Odin Teatret capitanato dal grande corsaro Eugenio Barba.
Lo spostamento del festival è stato sicuramente una decisione importante, una novità, ma quali sono le altre novità della stagione? Ci pare quest’anno di essere riusciti a restituire, nella quasi totalità della programmazione e seguendo la via indicata da La vita cronica di Eugenio Barba, un volto sperimentale al Fabbricone.
Vorrei segnalare a conforto di questa tesi alcuni spettacoli: Odissea con dj di Luigi Marangoni, Rumore di acque di Marco Martinelli, Dopo la battaglia di Pippo Delbono, Ombre-Wozzeck di Claudio Morganti e Preparatio Mortis di Jan Fabre.
Mi sembra che questo sia un programma che allontana definitivamente il Fabbricone da un ruolo che sono certo l’offuscasse, quello di essere la seconda sala del Metastasio.
Gli artisti che ho sopra citato sono una garanzia che incarna un’estetica rivolta ad una sperimentazione profonda.
Ma anche il Metastasio diventa protagonista di una nuova politica che cerca di evitare al massimo la logica degli scambi fra gli Stabili, e in questo includerei non solo il potente cartellone di monografie di protagonisti che vedono impegnati grandi artisti come Maddalena Crippa, Giuliana Lojodice, Toni Servillo, Elio Germano,ma anche idee nate nelle stanze del Met come l’eccezionale concerto di Pippo Delbono accompagnato da un caro amico del nostro teatro, Alexander Balanescu.
Un cartellone affascinante che vi offre anche molte occasioni classiche fra le quali una a me particolarmente cara, rappresentata dal ritorno di un grande pratese, Marcello Bartoli con Il bugiardo di Carlo Goldoni.
Anche per lui, come per l’eccellente Claudio Morganti, stimatissimo in Francia, un ritorno a casa che vedrà Marcello protagonista tutto l’anno anche nella nostra scuola di teatro al Magnolfi.
Non credo di essere arrogante se affermo di essere in pace con me stesso, anzi soddisfatto di potervi presentare questo programma che è il frutto di un grosso lavoro di tutte le maestranze del Teatro Stabile della Toscana.
Vi saluto cordialmente, vostro
Paolo Magelli
Massimo Luconi - Direttore Organizzazione e Progettazione
Come si costruisce la relazione fra la comunità e teatro?
In una società complessa i cui temi di fondo diventano sempre più l’accesso all’informazione e il possesso delle tecniche, la convivenza tra strati sociali e gruppi culturali, è necessario chiedersi qual è il ruolo e l’obiettivo che l’impresa teatrale di un ente pubblico intende assumere.
L’uomo per crescere, per formarsi una conoscenza e appropriarsi della cultura, ha bisogno di nutrirsi di simboli, di un piacere che non è finalizzato alla consumazione immediata dell’oggetto.
Ecco quindi che appare necessario e urgente interrogarsi, creare nuovi spazi di libertà dove lo spirito dell’uomo possa coltivare l’arte e la singolarità, ripensando al teatro come un culto, una pratica che non si riduce al puro uso.
La stessa nozione di spettatore si è evoluta.
Lo spettatore/cittadino/fruitore di cultura non è più un assetato che aspetta che le istituzioni assolvano i suoi bisogni. È divenuto volatile, fluttuante, nomade, nello stesso momento in cui l’offerta culturale si è moltiplicata. La questione cruciale è allora quella di tenere conto di questa mutazione dando la possibilità al mondo dell’arte e della creatività di riappropriarsi della politica e del sociale.
E l’esperienza teatrale può essere una leva per cambiare positivamente un territorio e costruire l’identità di una comunità. Può essere uno strumento di convivialità e di socialità, ma anche di presa di coscienza, di democratizzazione, di apertura e di costruzione del futuro.
L'obiettivo è quindi costruire una cultura del dialogo dove l'ente pubblico non abdica il proprio ruolo di indirizzo ma si fa carico di una responsabilità di guida, di mediazione culturale e di traghettatore, elaborando una politica di formazione e di trasmissione del sapere non verticistica ma alchemica e dinamica, con la messa in rete di diversi soggetti, istituzionali e informali.
Qual è la finalità? Toccare il più vasto numero di bambini, adulti, anziani come nel gioco della battaglia navale o piuttosto dare la capacità agli adulti come ai bambini di conoscere la differenza fra l'opera e il processo artistico e di lavorare in maniera permanente su questo aspetto?
L'esperienza personale diventa quindi fondamentale, l'appropriazione passa forzatamente per la prova della pratica personale. Con il termine “provare” si intende vedere, leggere, assistere a uno spettacolo, a una diversità di linguaggi espressivi. A partire da queste pratiche si tratta di trarre le proprie riflessioni con un'esperienza che può anche passare attraverso una forte emozione, per apprendere come costruire i legami di fronte alla complessità del mondo.
È indubbio che la crescita personale e l'evoluzione culturale di un gruppo, di un territorio, avviene soprattutto riappropriandosi della creatività attraverso la produzione artistica e spettacolare. È questa fase di passaggio borderline fra l'essere fruitore/spettatore e l'essere protagonista del processo creativo, che determina la sedimentazione e la ramificazione della consapevolezza e della crescita culturale di un contesto sociale.
Le istituzioni pubbliche devono essere il cuore del dibattito culturale e cercare di renderlo accessibile al più grande numero di persone: un osservatorio, una struttura di dialogo permanente fra i differenti attori della vita culturale, gli insegnanti, i politici, i mediatori culturali, gli artisti. Il teatro può svolgere un ruolo focale all'interno di una comunità, dando valore al rapporto intimo e personale con l'emozione della scena; una funzione che va anche oltre la realizzazione di un programma di qualità, anche se la qualità culturale delle scelte è senz'altro il parametro e l'obiettivo del nostro lavoro.
Forse per la prima volta, in questa stagione, siamo riusciti a delineare un percorso di attenzione e approfondimento del mestiere teatrale, costituito da diversi momenti di apertura verso la comunità e abbiamo cercato di comunicarlo in maniera chiara e evidente ampliando l'idea di teatro e abituando lo spettatore a vivere lo spazio teatrale come un luogo da usare