IL SUONO DELL'ABBRACCIO

Gli spettatori arrivano a teatro un po' prima dello spettacolo, una manciata di minuti in cui si scambiano quattro chiacchiere, si incontra quell'amico che non vedevamo da un po', si prende un caffè: un tempo sospeso e vuoto in cui piano piano ci dimentichiamo delle noie e dei problemi che abbiamo affrontato durante il giorno.  

Poi entriamo in sala, un luogo fuori dall'ordinario, che con i suoi velluti, il sipario o anche la sua semplice gradinata in ferro, ci assicura che qualcuno ci sta aspettando per condividere con noi qualcosa: una risata, un pensiero sulla vita, un po' di rabbia per come va il mondo, un piccolo proposito di essere migliori.

Si spengono le luci, si fa silenzio, entra l'attore: degli esseri umani in carne ed ossa ci vengono incontro, sono lì per parlare ed ascoltare, e, magari, tramite loro, incontriamo anche dei magnifici fratelli maggiori, Shakespeare, Eduardo, Euripide, Beckett e ci sentiamo meno soli, riscopriamo che la vita è difficile e bella per tutti, proviamo compassione per quegli esserini che si agitano per un’ora sulla scena, e per noi.

Lo spettacolo è finito. Si applaude; cioè, ci si abbraccia. Sì, perché l'applauso è un abbraccio dato a distanza: battendo le nostre mani - al posto di avvolgerle intorno al corpo dell'altro, dandogli affettuosi colpetti sulla schiena - noi “suoniamo” il nostro abbraccio. Spettatori e attori si stringono in un applauso che unisce palco e platea.

Il teatro è il luogo e il tempo privilegiato dell'incontro tra gli esseri umani. Da un po' non ci incontriamo a teatro, ma quest'anno abbiamo tanta speranza di tornare ad abbracciarci al suono di un applauso.

 Franco D’Ippolito e Massimiliano Civica