Il giardino dei ciliegi

Spettacolo

Il giardino dei ciliegi

Sono mille i modi di affrontare Il Giardino dei ciliegi e cento volte di più i modi di parlarne.
Eppure la voglia di realizzare questo testo non cessa mai.
Risboccia dentro l'anima, proprio come il fiore della visciola.
È la terza volta che metto in scena Il Giardino e mi pare di non averlo mai fatto.
Quindici anni or sono a Zagabria, nel foyer devastato del Teatro Gavella, in una città colpita duramente dalla guerra e dal nazionalismo, ricordo il pubblico che affollava il teatro, nonostante si recitasse in pieno inverno e senza riscaldamento...
Erano tutti incappottati, perduti in quelle rovine, tristissimi, eppure felici...
E qualche anno più tardi, a Wuppertal, nel teatro dove lavorava anche la compagnia di Pina Bausch... il contrario di Zagabria... raccontare Cechov ai tedeschi... che avventura....!!
Ma quando oggi ripenso a quegli spettacoli, che ho amato profondamente, mi sembrano storie uscite da un altro testo, immagini lontane che appartengono al tempo passato. Non credo al teatro conservato (ho uno spettacolo in scena da sedici anni a Zagabria, Un mese in campagna di Turgenev e lo odio, non riesco mai a rivederlo), perché credo che sia il tempo perduto della vita che è irrimediabilmente trascorsa a cambiare noi e i testi che mettiamo in scena, a rendere tutto diverso da come lo avevamo pensato, a trasformare la nuova lettura spesso nell'opposto di quello che si era "sentito" prima. E Cechov pare essere il campione della trasformazione: ti parla sempre in modo diverso.
Così, dodici (o tredici?) anni dopo, eccomi di nuovo di fronte a questo amore. L’ambientazione è qui una scena completamente vuota, animata -a tratti- dalla magia del mio scenografo Lorenzo Banci, uno dei migliori pittori italiani della nuova generazione.
La visciola è l'albero che nella sua piena fioritura rimane intatto solo per alcuni secondi. Questo miracolo di rara bellezza dura poco più di mezzo minuto… Poi i petali cominciano a cadere e l'immagine della perfezione scompare, lasciando il posto a rami spelacchiati e ad un cimitero di petali. Parlo della visciola, anzi mentre scrivo penso ad un giardino di visciole, per correggere nella mia memoria un’inesattezza che è ormai divenuta intoccabile sia nello spazio linguistico anglosassone, sia in quello latino: sto parlando del titolo del testo di Cechov, ovvero Il giardino dei ciliegi.
In realtà Cechov ha scritto un "giardino delle visciole" e non un "giardino dei ciliegi" e la differenza non sta solo nel fiore, fragilissimo, ma anche nel frutto, che -come spiega Firs- fu richiesto e utilizzato solo per un breve periodo: poi non lo volle
più nessuno e i frutti caduti servivano solo a nutrire gli uccelli e ingrassare la terra, quasi a seguire e imitare la caduta del fiore che li aveva in qualche modo partoriti.
L'allegoria della fragilità della vita, della sua inesorabile staticità abbarbicata in un mondo che tragicomicamente ci consente solo di avvizzire e cadere dal ramo dal quale siamo spuntati, il viaggio dalla bellezza alla deturpazione fisica e spirituale, la velocità con la quale le nostre "culture"- da quella "di classe", filosofica e artistica, a quella "pragmatica"- si perdono nella storia: sono questi i temi che si ripetono senza fine ne "Il Giardino dei ciliegi".
Certo Cechov lo fa prendendosi in giro e utilizzando un'ironia comica e dolorosa che ci serve sulla scena, come in nessun altro testo e che ci costringe a "riviaggiare" con cattiveria dentro la nostra vita.  
La casa di Ljuba è il Teatro e il suo passato è "il giardino": la nostra memoria, la vita che se ne è andata irrimediabilmente. L'assurdità dell'inarrestabilità del tempo rende tutto tragicamente comico. Le geometrie che disegnano tutti gli incontri dei personaggi, descrivono senza pietà una serie di crudeli, ridicoli fallimenti. Dov'è l'amore? Perché si vive? E la bellezza non è forse