Spettacolo

QUARTETT

di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone

regia ROBERTO LATINI

musiche Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Anna Maria Clemente
luci Roberto Innocenti
assistente alla regia PierGiuseppe Di Tanno
con Valentina Banci, Fulvio Cauteruccio  

produzione Teatro Metastasio di Prato


PRIMA NAZIONALE

 

 Quartett è il doppio di un doppio.   
Il testo di Heiner Müller gioca con uno specchio in continua metamorfosi.
A guardarci dentro, c’è una concertazione di concetti e frasi che sembra corteggiare il pensiero e le sue proiezioni.   
Un teatrino in cui monologhi fanno la recita del dialogo e viceversa.
Dal libertinismo de Les liaisons dangéreuses di Pierre Choderlos de Laclos, Heiner Müller trasforma la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont in personaggi dentro e fuori il ruolo delle parole di cui sono portatori.
I due protagonisti si trovano in una condizione di estrema solitudine eppure nella necessità del meccanismo di relazione.
Sollecitato, disincantato, svilito, svelato, nel duello fondamentale tra la parte da interpretare e l’equilibrio dell’apparenza.
Un uomo e una donna, uno di fronte all’altra, tra ascolto e relazione, spettatore uno dell’altra e attore uno per l’altra, della tragicomica messinscena del Tempo.

Heiner Müller è un autore fondamentale per il '900. Sembra poter raccogliere quanto tutto il secolo scorso si è sforzato di definire rispetto a un percorso di "coscienza del teatro", del teatro che ha coscienza di sé.
Da Jarry a Beckett, passando per il metateatro di Pirandello, le sospensioni di Ionesco, le evoluzioni di Pinter, finanche al Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard, fino alle tendenze della recente produzione delle nuove scene europee, prima ancora della reinterpretazione del teatro di regia, dell’attore performer, dello spettatore voyeur, il teatro cerca se stesso, noi stessi, al di fuori e precisamente dentro la sua stessa rappresentazione.
Credo che senza Müller non avremmo potuto avere questa consapevolezza
Die Hamletmaschine precede di pochi anni Quartett. Pochi anni sono l’enormità del pensiero che si fa scenico, che si evidenzia sulla scena, che con la scena riesce a diventare senso e sensazione.
C’è bisogno di un gioco, di saper giocare all'evoluzione, c’è bisogno del Teatro. Il Teatro è la soluzione, l’occasione sempre e forse l’unica condizione davvero possibile.

"Recitare? che altro si può fare?"

Quartett definisce la coscienza dell’attore e dello spettatore, trasmissione e ricezione attivate contemporaneamente nel patto teatrale che si rinnova, che si evolve e cerca di darci appuntamento al di là di sé.

Per questo abbiamo scelto un gioco profondamente teatrale. Abbiamo cercato di assecondarlo fino all’estremo, quasi al paradosso, portando le parole del testo nell’occasione della relazione, della relazione anche pericolosa tra attore e attore, tra attore e spettatore, anche tra spettatore e spettatore. Abbiamo immaginato di poter tenere tutti nella medesima dimensione, nello stesso ambiente, senza la maschera del buio di platea, ma nell’evidenza dello sguardo.
Müller sembra convocare gli spettatori alla responsabilità dello sguardo. Alla consapevolezza.
Le maschere non coprono il viso, evidenziano gli occhi.  
Gli attori sono su una pedana, che è palco, ponte, binario, bara, tavola, letto, nuvola..., i due attori che vediamo in scena, quelli che diventiamo mentre siamo spettatori, si fronteggiano a colpi di immaginazione, nella grammatica teatrale, nella sintassi della relazione, nella proposta che diventa scenica e dalla scena rimanda riflessi e riflessioni.
Sono un uomo e una donna, siamo quell’attore e quell'attrice, in un gioco che è il teatro, intercettato nell’astrazione, nell’attrazione, nella distanza che diventa accoglienza, che reclama la dolcezza e la fermezza, che alla fine, è amore.
È questa la dichiarazione finale.
Questo, quello che il teatro dice a ogni attore, a ogni spettatore.

r.l.