Informazioni

PREZZI BIGLIETTI
posto unico numerato > € 17,00


RIDUZIONI
Soci Coop/over 65/convenzioni > sconto 25% circa
Under 25/gruppi > sconto 35% circa
On-line > ulteriore riduzione di circa il 5% per tutte le categorie di prezzo
Last Minute > € 12,00 acquistando al botteghino nei 5 minuti prima dell'inizio dello spettacolo

Biglietti in vendita a partire dal 10 ottobre 2018

Spettacolo

12/17 marzo 2019 | feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30 | Teatro Fabbricone

ORESTEA / Agamennone, Schiavi, Conversio

sull’Orestea di Eschilo
drammaturgia e traduzione dal greco Simone Derai, Patrizia Vercesi
orizzonte di pensiero e parola S. Quinzio, E. Severino, S. Givone, W.G. Sebald, G. Leopardi, A. Ernaux, H. Broch, P. Virgilio Marone, H. Arendt, G. Mazzoni
con Marco Ciccullo, Sebastiano Filocamo, Leda Kreider, Marco Menegoni, Gayané Movsisyan, Giorgia Ohanesian Nardin, Eliza G. Oanca, Benedetto Patruno, Piero Ramella, Massimo Simonetto, Valerio Sirnå, Monica Tonietto, Annapaola Trevenzuoli
danza Giorgia Ohanesian Nardin
musica e sound design Mauro Martinuz
scene e costumi Simone Derai
realizzazione costumi e accessori Serena Bussolaro, Christian Minotto, Massimo Simonetto, Silvia Bragagnolo
scultura mobile Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso - Plastikart Studio
video Simone Derai, Giulio Favotto
light design Fabio Sajiz
assistenza tecnica Mattia Dal Bianco
assistente al progetto Marco Menegoni
assistente alla regia Massimo Simonetto
regia Simone Derai


produzione Anagoor 2018
con il sostegno di Fondation d’entreprise Hermès nell’ambito del programma New Settings
coproduzione Centrale Fies, Teatro Metastasio di Prato, TPE - Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile del Veneto
con la partecipazione di Theater an der Ruhr
con il supporto della Compagnia di San Paolo
sponsor tecnici Lanificio Paoletti, Printmateria, 3DZ

 

Si intende proporre una riduzione della trilogia eschilea, Agamennone, Coefore, Eumenidi,
in un’unica soluzione scenica dal titolo Orestea / Agamennone, Schiavi, Conversio.
I tre capitoli andranno a formare un unico corpus performativo.
Il testo sarà assunto nella sua quasi integralità. Un’operazione di traduzione è attualmente in corso.
La messinscena, pur affrontando il testo nella sua interezza, non esclude di condensare o espandere nuclei fondamentali del dramma secondo i linguaggi e le tecniche cari al percorso artistico di Anagoor: la visione, il canto, l’orazione.
È esclusa la verosimiglianza di impianto scenico: la facciata del palazzo, la tomba, il tribunale dell’Areopago sono sublimati in un campo neutro contro cui si staglieranno le dinamiche collettive ed individuali a disegnare l’evolvere degli avvenimenti e a porre al centro la riflessione.
Non si escludono divergenze testuali, intromissioni di testi altri che allarghino l’orizzonte della meditazione sul male e sulla fragilità del bene. In particolare il capitolo stesso delle Eumenidi: in totale rispetto dell’approdo eschileo, ma abbandonando la necessità di mettere in scena la diatriba processuale tra divinità olimpiche e furie, il processo diviene occasione per una grande esplosione della struttura tragica, una deflagrazione performativa che non riduca il piano del discorso a confronto particolare (riduzione conseguente alle trasformazioni storiche, sociali, religiose e di pensiero che ci distanziano dall’opera), ma ne rispetti e ne esalti la natura di scontro cosmico, e ne innalzi, in totale sintonia con il testo, la vertiginosa cattedrale di senso, attraverso la testimonianza del canto, della visione, e della parola-sermone.
Oggi a noi mancano categorie in grado di farci percepire la scossa del sacro con cui il cittadino ateniese assisteva alle rappresentazioni tragiche. Senza alcuna volontà di ricostituire un sacro posticcio, affrontiamo l’idea di una ripresa dell’Orestea di Eschilo a partire da questa distanza incommensurabile. È questo distacco che rende impossibile una messinscena mimetica.
Ciononostante, persistendo il tragico come categoria dell’esistenza, la distanza accumulata è un filtro attraverso cui guardare questo teatro, ed orienta la direzione dello sguardo. La struttura del teatro filosofico di Eschilo rimane in piedi e valida, non solo nei suoi capisaldi e negli schemi drammaturgici, ma anche, e forse maggiormente, nella sua sintassi e nel suo vocabolario poetico.
È lì, nelle pieghe dei versi, delle parole scelte e appositamente create, nei lunghi sermoni del coro come nelle schermaglie logiche dei dialoghi, che si nasconde e insieme si rivela la struttura filosofica del teatro di questo sacerdote del pensiero e della giustizia.