Informazioni

COMUNICAZIONE CAMBIO ORARIO
Si comunica che per le repliche di martedì 12, mercoledì 13, giovedì 14 e venerdì 15 marzo l'orario di inizio della rappresentazione verrà anticipato alle ore 20.00, vista la durata complessiva dello spettacolo di 3 ore e 35 minuti (intervallo compreso).
Per ulteriori informazioni e chiarimenti: Biglietteria Teatro Metastasio, tel. 0574/608501 - biglietteria@metastasio.it, dal martedì al sabato in orario 9.30/12.30 e 16.00/19.00.

 

DURATA
primo atto 120 minuti
intervallo 15 minuti
secondo atto 80 minuti
 

 

PREZZI BIGLIETTI
posto unico numerato > € 17,00


RIDUZIONI
Soci Coop/over 65/convenzioni > sconto 25% circa
Under 25/gruppi > sconto 35% circa
On-line > ulteriore riduzione di circa il 5% per tutte le categorie di prezzo
Last Minute > € 12,00 acquistando al botteghino nei 5 minuti prima dell'inizio dello spettacolo

LO SPETTATORE ATTENTO
Sabato 16 marzo ore 16.00 Metastasio (Saletta Conferenze)
VEDO E SCRIVO: mini laboratorio di scrittura con ROBERTA FERRARESI che accompagna alla riflessione scritta dell'esperienza teatrale legata alla visione di Orestea.
Prenotazione richiesta scrivendo a cometa@metastasio.it o telefonando al numero 0574/27683, entro giovedì 14 marzo.

Spettacolo

12/17 marzo 2019 | feriali ore 20.00, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30 | Teatro Fabbricone

ORESTEA / Agamennone, Schiavi, Conversio

sull’Orestea di Eschilo
drammaturgia e traduzione dal greco Simone Derai, Patrizia Vercesi
orizzonte di pensiero e parola S. Quinzio, E. Severino, S. Givone, W.G. Sebald, G. Leopardi, A. Ernaux, H. Broch, P. Virgilio Marone, H. Arendt, G. Mazzoni
con Marco Ciccullo, Sebastiano Filocamo, Leda Kreider, Marco Menegoni, Gayané Movsisyan, Giorgia Ohanesian Nardin, Eliza G. Oanca, Benedetto Patruno, Piero Ramella, Massimo Simonetto, Valerio Sirnå, Monica Tonietto, Annapaola Trevenzuoli
danza Giorgia Ohanesian Nardin
musica e sound design Mauro Martinuz
scene e costumi Simone Derai
realizzazione costumi e accessori Serena Bussolaro, Christian Minotto, Massimo Simonetto, Silvia Bragagnolo
scultura mobile Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso - Plastikart Studio
video Simone Derai, Giulio Favotto
light design Fabio Sajiz
assistenza tecnica Mattia Dal Bianco
assistente al progetto Marco Menegoni
assistente alla regia Massimo Simonetto
regia Simone Derai


produzione Anagoor 2018
con il sostegno di Fondation d’entreprise Hermès nell’ambito del programma New Settings
coproduzione Centrale Fies, Teatro Metastasio di Prato, TPE - Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile del Veneto
con la partecipazione alla coproduzione di Theater an der Ruhr supportato dal Ministero della Cultura e dello Sport della Renania Settentrionale - Vestfalia
con il supporto della Compagnia di San Paolo
sponsor tecnici Lanificio Paoletti, Printmateria, 3DZ

 

I Greci hanno inventato l’idea che l’essere finisca nel niente, sprofondando per sempre l’Occidente nel dolore. La filosofia nasce per portare rimedio a questo dolore che sta alla base dell’Occidente: per noi ogni cosa che muta transita per una fine assoluta, un annientamento totale che ci toglie il fiato e ci rende folli. La conseguenza tremenda di questa follia è che ogni esistenza percepisce la minaccia dell’annientamento ed è pronta a osare tutto. Eschilo, con il suo teatro che inizialmente è pratica filosofica, è il primo nella storia a dire no per mezzo del pensiero, un no assoluto a questo dolore.
Oggi a noi mancano categorie in grado di farci percepire la scossa del sacro con cui il cittadino ateniese assisteva alle rappresentazioni tragiche. Anagoor affronta l’Orestea di Eschilo a partire da questa distanza incommensurabile.

Il re di Argo torna dalla guerra vittorioso e carico di ricchezze. L’Orestea si apre con un capitolo tremendo, l’Agamennone, che non nasconde le colpe di un potere che per conseguire i propri obiettivi non evita di sacrificare i beni più preziosi, la felicità, gli affetti più cari. Il trono di Argo si erge su un cumulo di cadaveri di figli: il cumulo delle ricchezze ricavate dalla conquista è prezzo pagato con il sangue. Su questo coacervo di violenza pregressa e continua, che vede nello scambio di valori (ori/esistenze) il suo primo motore, l’errore primigenio, si innesta una catena di episodi cruenti dettati della cultura della vendetta e che, esplodendo furiosamente in seno alla famiglia, formano la trama dolorosa dell’Orestea: un padre uccide la figlia, una sposa uccide lo sposo, un figlio uccide la madre. L’Occidente, di cui questa trilogia costituisce una pietra miliare, poggia sulla frana di una casa. Un precipizio che per essere arrestato richiede una sospensione straordinaria, un enorme sforzo di civiltà, un atto divino o di pensiero: il culmine del pensiero, o Zeus, è il vertice a cui aggrapparsi nel vortice della follia. Il teatro di Eschilo è un teatro del pensiero, anello di congiunzione tra mito, festa ed esercizio della filosofia. Teatro del pensiero come filosofia pratica e collettiva, capace come un giano bifronte di guardare dalla sua posizione aurorale tanto alla notte che precede il sorgere della città, quanto alle contraddizioni sottese alla nascita della politica. Un guardare insieme a occhi aperti l’orrore, l’errore dello scambio dei valori, l’inconciliabilità delle scelte, il sacro che svela le strettoie.
Nel poeta dell’Orestea convivono una radicata fede in un ordine luminoso e la comprensione tremenda dei contrasti della vita: Eschilo è il titano che con sforzo tellurico muove guerra alla montagna olimpica, ma contemporaneamente anche il dio sorridente che stende il palmo come argine al caos: così il dramma è insieme velo e rivelazione del vuoto del mondo. Maschile e femminile, padri e figli, materno e generazioni, uomini e divinità, mondo di sopra e mondo di sotto, potere e convivenza civile, fortuna materiale e gioie reali, felicità e fragilità del bene, violenza, colpa, sofferenza, e conoscenza hanno, a monte, l’irrisolto orrore per il "non c’è più", la morte, il non-essere, a valle, la necessità di ripensare al valore del
cambiamento e alla pratica della giustizia.
Scritta in una fase cruciale di rivolgimenti politici, l’Orestea è infatti anche la storia di un mondo in rivolta. Di fronte a nodi inestricabili, in assenza di possibili soluzioni, la rivoluzione, che pretende un taglio netto col passato, la tabula rasa, è atto desiderato, sentito come necessario, spesso praticato con inaudita violenza eppure, paradossalmente, capace, nella cecità della furia, di preparare soltanto le condizioni per la rigenerazione del vecchio. Ciò che serve è una conversione collettiva, moto che nasce dall’interno, e i cui esiti non si danno come eterni.
Il testo eschileo è inizialmente assunto nella sua integralità, tradotto espressamente per questa creazione. Tuttavia i nuclei fondamentali del testo sono condensati ed espansi con linguaggi e tecniche cari ad Anagoor (la visione, il canto, l’orazione), fino a tradirlo, affiancandolo o sostituendolo con un arcipelago intertestuale che complica l’orizzonte della meditazione sul male e sulla fragilità del bene, e sulla lingua che li descrive.
Sullo sfondo il discorso ontologico che è l’impalcatura di pensiero di tutto l’Occidente, la sua intima contraddizione e la sua pericolosità; in primo piano la fiducia in una parola persuasiva capace di incanto, che dissolva come nebbia al sole, o domi dolcemente, il dolore che proviene dalla fede assoluta che l’essere finisca nel niente.