Registi

Massimiliano Civica

Regista docente narratore studioso dramaturgo traduttore consulente (artistico).

Il concertato per Massimiliano Civica è d'obbligo.
Qualifiche che ruotano sulla definizione (meglio sulla “ricerca di una definizione”) dell'essere oggi uomo di teatro. Compito arduo. Civica scruta l'orizzonte. Occhio vigile spericolato quanto dotato di aguzza concretezza. La percezione che ne ricava, più che la visione perché sempre di illusione si tratta, è giustamente confusa. Inquieta. Opalescente. Per superarla ci vuole rigore e determinazione. Armi che al Nostro non mancano. E che a volte creano distrazione. Azzeramento di pathos, forse aristocratica distanza (vedi Alcesti, vedi Antigone). A superarla, con slancio da innamorato, ci pensano i suoi metodi da affabulatore: l'esporsi al dubbio della messinscena (cosa faccio e perchè), fra inquinamento beckettiano (vedi il rapporto con la scrittura di Armando Pirozzi) e schegge di sulfureo disincanto (vedi l'ultima qui a Prato, L'angelo e la mosca).

Massimiliano Civica _ Piazza del Duomo

Il personaggio di fantasia che odio: Campanellino di Peter Pan.
Se fossi un personaggio storico sarei: Diogene il Cinico.
Se rinascessi animale sarei: un opossum.
La mia ora preferita: 7:30 di mattina.
Cosa vedo dalla finestra di camera mia: il mare.
Una tua particolarità: mi muovo sul crinale tra il guru e il peracottaro.
Un traguardo importante: arrivare alla fine di queste domande.
Quando e perché hai scelto di fare teatro: un paio di mesi fa, quando ho raggiunto un’età per cui è inutile provare a fare un altro lavoro.

Jacq x MET _ Massimiliano Civica

Roberto Latini

Se il teatro deve essere capacità di rivolgersi a se stesso, alla sua funzione, alla sua natura, per potersi proporre in forme mutabili, mobili, divinatorie, ebbene che lo sia. Roberto Latini (studi a Roma con Perla Peragallo) sceglie Shakespeare come maestro di vita e compagno di viaggio. Ispirato da Amleto nasce nel 1999 la Fortebraccio Teatro, combattiva fucina che riedita schemi e schermaglie della gloriosa ricerca anni '70. Gli spettri del danese prènce valgono una laurea alla Sapienza mentre agitano spazi e sipari. A incresparli sarà anche la voce polifonica (benianamente amplificata), saranno le visioni multimediali e saranno (imprescindibile perno) i corpi. “La scrittura è corpo in movimento. È corpi. Capaci della leggerezza d’un respiro e allo stesso tempo macchine perfette”. Roberto, Bardo a parte, sa di Pirandello, Jarry, Beckett, Molière, Camus, Edipo, Ovidio. Un saettare di “metamorfosi” liquide e immaginifiche, esplicita metafora di un teatro in continuo divenire, polisemico, trasformista, indefinibile e precario, aulico e claunesco.

Roberto Latini _ Teatro Fabbricone

Il personaggio di fantasia che odio: il Principe Azzurro.
Se fossi un personaggio storico sarei: Neil Armstrong.
Se rinascessi animale sarei: libero.
La mia ora preferita: il crepuscolo.
Cosa vedo dalla finestra di camera mia: un’altra finestra.
Una mia particolarità: ci sto lavorando...
Un traguardo importante: ogni debutto.
Quando e perché ho scelto di fare teatro: quando avevo diciannove anni e per fortuna.

Jacq x MET _ Roberto Latini

Claudio Morganti

Pur ammorbidito cogli anni, l'estro di Claudio Morganti conserva una sua ruvida intraprendenza, retaggio di furori giovanili, di sperimentazione che scommetteva sulla parola, dissonante architettura drammatica erede di minacce pinteriane. La sua voce, apocalittica e beffarda, spiritello tormentato e provocatore, è corda tesa, aspra, mai compiacente, sonda che scava nella psiche, nell'immaginario, carotaggio evocativo di faustiane tentazioni. Teatrante tra i più sanamente ribelli e iconoclasti, dai riflettori si tiene in disparte, per pigrizia per vezzo ma soprattutto per non morire di noia, per uscire allo scoperto solo quando l’occasione lo consente, la voglia lo sorprende, la congiuntura lo assiste. I suoi sono assaggi spesso incompiuti, sempre felicemente dissestati, coerentemente anomali. Nel solco di Beckett e Buchner. Compagno di viaggio Woyzeck, un non finito che supera la prassi interpretativa, motore di ricerca di un fare teatro conflittuale e non riconciliato, incubo a cielo aperto di ordinaria emergenza.

Claudio Morganti _ Zero Caffè

Il personaggio di fantasia che odio: non odio niente di ciò che ha a che fare con la fantasia.
Se fossi in personaggio storico sarei: in realtà credo di essere una “persona” storica e daltonica, che dalla finestra vede cose verdi.
Se rinascessi animale sarei: un gatto.
La mia ora preferita: l'ora preferita dal Gatto è intorno alle tre e mezza di notte, quando dorme e non sogna.
Una mia particolarità: ho 33 denti, ma siccome me ne hanno tolto uno, sono tornato nella norma.
Un traguardo importante, quando e perché ho scelto di fare teatro: ho scelto di fare teatro a 17 anni perché pensavo fosse la via migliore per arrivare al traguardo più importante: quello finale.

Jacq x MET _ Claudio Morganti

Chiara Callegari

Ha le idee chiare Chiara Callegari, padovana, classe 1986, laurea in Storia dell'arte e in Scienze della formazione, diploma in regia alla Paolo Grassi di Milano. "Cosa voglio fare? Vivere del mio lavoro e creare le occasioni per farlo al meglio e con la passione che mi contraddistingue". Sintesi di agilità creativa, decisionismo dialettico, concretezza programmatica. Il lavoro di Chiara parte dallo studio e finisce sul palcoscenico (ma anche sullo schermo). È lavoro interdisciplinare, partito nel 2011 in Francia con Cristophe Triau e Patrice Bartes. È interesse plurimo, la performance, la pedagogia (da anni conduce corsi e laboratori per bambini, ragazzi, adulti), la drammaturgia contemporanea, la regia che abbina produzioni indipendenti e scritture autorevoli (Elfo Puccini di Milano, Residenza Idra di Brescia, Stabile di Catania) dopo aver affiancato come assistente (aiuto regista) Valerio Binasco, Maurizio Schmidt, Marta Marangoni e Andrea De Rosa. Fra un premio, una residenza, una segnalazione, un'ultima prova (IN DUE) il lavoro di Chiara consapevolmente continua.

Chiara Gallegari al Teatro Metastasio

Il personaggio di fantasia che odio: il Piccolo Principe. Devo spiegarvi il perché?
Se fossi un personaggio storico sarei: vorrei essere un’inventrice o la scopritrice di qualcosa di semplice ma rivoluzionario. Ad esempio essere la persona che per prima ha messo le castagne sul fuoco o quella che è entrata per prima nella tomba di Tutankhamon (maledizione esclusa).
Se rinascessi animale sarei: mi sono data una lista di caratteristiche e ho cercato la definizione su google. Risultato: maialino “pancia a tazza” conosciuto come maialino vietnamita. Non sono molto convinta...
La mia ora preferita: l’ora che precede di almeno un’ora il suono della sveglia. È quello il momento in cui mi vengono le idee migliori.
Cosa vedo dalla finestra di camera mia: vivo in una mansarda. La mia camera ha un lucernario dal quale talvolta vedo la luna, ma più spesso piccioni e colombi che tubano.
Una mia particolarità: quando sorrido mi si muovono le orecchie.
Un traguardo importante: andare a vivere all’isola di Reunion. Prima o poi ci andrò.
Quando e perché ho scelto di fare teatro: ho iniziato a fare teatro perché a 13 anni i miei genitori mi hanno iscritta a un laboratorio, ho scelto di continuarlo perché lo frequentava anche il ragazzino che mi piaceva. Poi lui si è messo con un’altra e io sono diventata regista.

Jacq x MET _ Chiara Callegari

Clio Saccà

L'abbrivio di Clio Saccà è classico. Un iter dettato da passione e determinazione. Clio nasce a Catania nel 1987, nel 2011 si diploma in recitazione alla Scuola dello Stabile della sua città per poi laurearsi in Storia della regia al Dams di Bologna con una tesi su Orazio Costa. Fondamenta forti e respiro autorevole. L'approfondimento, segnale di una precisa vocazione che deve essere affinata, irrorata, irrobustita, prosegue fra seminari e laboratori (voce, canto, danza), poi al fianco di Salvo Piro, Vincenzo Pirrotta, Tatiana Olear, Claudio Di Palma, Maurizio Schmidt e sfocia a Milano: la Paolo Grassi nel 2018 la incorona “regista teatrale”. Sarà Ovedevo, drammaturgia palindroma di Bruna Bonanno (sua coetanea conterranea) il primo banco di prova. “Sentivo la necessità di mettermi in gioco, avevo bisogno di fare un lavoro su di me, umano e professionale: Ovedevo, con la sua natura ludica e insieme filosofica, me lo ha permesso”. Teatro, poesia, animazione, video, musica, religione, psicanalisi. L'orizzonte di Clio avvampa nel cuore della drammaturgia contemporanea.

Clio Saccà sul Lungo Bisenzio

Il personaggio di fantasia che odio: di fantasia? Nessuno.
Se fossi un personaggio storico sarei: Ildegarda di Bingen (1089-1179).
Se rinascessi animale sarei: un anfibio preistorico o un koala.
La mia ora preferita: l’ora d’aria.
Cosa vedo dalla finestra di camera mia: un’altra finestra (giuro!).
Una tua particolarità: ho ancora un canino da latte.
Un traguardo importante: quando imparerò a lasciare andare.
Quando e perché ho scelto di fare teatro: a 16 anni, al liceo, al centro di un cerchio umano. Perché ho scoperto che io potevo essere molto altro, molto oltre e questo mi ha resa immensamente felice.

Jacq x MET _ Cliò Saccà

Attori

Roberto Abbiati

Con quella faccia un po' così, sghemba picassiana, ordito futurista, da nocchiero mozzo che ha attraversato il mondo intero forse sapendo dove andar, Roberto Abbiati nasce a Seregno il 25 settembre 1958, in via Umberto I. Debutta all’età di 5 anni nel Bertoldo a corte per la regia di Suor Ambrogina ma poi lavora per il Teatro alla Scala in qualità di mimo nell’opera The Flood di Stravinskij diretta da Peter Ustinov mentre impara a suonare la cornamusa e con Marco Paolini anche il banjo e i cucchiai in Uomini e cani. Va in Brasile a Salvador de Bahia a metter su un teatro, in Bolivia presenta il suo impareggiabile Riccardo l’Infermo, il mio regno per un pappagallo e trova il tempo per dar vita con un gruppo di disabili alla compagnia Yorick Spettacoli. Lavora al cinema con Carlo Mazzacurati ma preferisce le vie del mare e della seta. Dove incontra Moby Dick, la giraffa Girafe, il fratello pasticciere Leonardo Capuano, Biancaneve e altre creature mute di stralunato stupore: un occhio al Buster Keaton del beckettiano Film, un occhio al Mac Ronay dello stracult Rai 1 Studio Uno.

Roberto Abbiati al magazzino del Teatro Fabbricone

Oscar De Summa

Drammaturgo, attore, narratore, Oscar De Summa si nota. Fra i nostri affabulatori la sua personale e/vocazione epica (corpo/voce), abbinata a un raffinato uso del controcampo musicale e alla originalità del racconto rimbalza evidente. Un diario intimo che diventa manifesto generazionale e paradigma sociale dell'Italia di oggi. Basta Stasera sono in vena, ballata blues dove la conquista dell'adolescenza si intreccia con droga, niente lavoro, solitudine, amicizie sbagliate, per rendersene conto. Poi dopo la Puglia e i suoi diari di provincia (week end post postmoderni fra tarantola e Salento), De Summa, drammaturgicamente parlando, si trasferisce sul più aulico confine scespiriano, già attraversato in solitaria (Amleto a pranzo e a cena, Un Otello altro). La scrittura (e la recitazione) si infittisce di trame (vedi l'ultima edipica Cerimonia). Di suo Oscar conferma il diapason vocale, il ritmo polifonico che svela incubi mentre sorseggia al microfono Carmelo Bene o sibila all'orecchio Salvo Randone.

Oscar De Summa alla Libreria Cartoleria Gori

Monica Demuru

Le parole sono importanti avrebbe detto Moretti. La voce ancora di più. Se poi diventa canto, sussurro e grido, modulazione di frequenza, alterazione, interferenza acustica, riverbero sonoro, il campionario sfocia nell'epos. Un retaggio armonico di profondissima eco. Esemplare, in questo frastagliato pentagramma di punti e contrappunti, fu l'omerica Odissea, solfeggiata da Monica in sintonia coi cromatismi percussivi di Cristiano Calcagnile. Diplomata in recitazione al Laboratorio Nove di Firenze nel 1993, Monica ha condiviso il talento di attrice con l'esplorazione del potenziale vocale sotto la guida di Bruno De Franceschi. Sulla scena, teatro e musica, l'agenda di Monica vanta sostanziose collaborazioni: Societas Raffaello Sanzio, Massimiliano Civica, Deflorian-Tagliarini, Muta Imago, Joris Lacoste in teatro, Stefano Bollani, Peppe Servillo e Avion Travel, Javier Girotto e Gianluca Petrella in musica. Canta e compone stabilmente in duo con Cristiano Calcagnile in Blastula.scarnoduo e con Natalio Mangalavite in Madera Balza Folk, pop, jazz, vecchie e nuove consonanze: la voce di Monica veleggia con irrequieta spericolatezza e palpitante consapevolezza. 

Monica Demuru a Palazzo Pretorio

Ilaria Marchianò

Ha costanza da vendere Ilaria Marchianò di Saronno, classe 1992.
Diciamo che è determinata. Un peso certo lo gioca l'imprinting familiare (padre calabrese, madre siciliana). Anche se una quota di fatalismo mediterraneo potrebbe remare contro. Ma Ilaria resiste e non si perde d'animo. Se per tre volte l'ingresso alla “Paolo Grassi” le è precluso, non resta che insistere: nel 2016 si diploma con saggio a cura di Arturo Cirillo. Lavora con Filippo Timi per il suo Cabaret delle piccole cose; complice la passione per Raymond Carver entra nel Sogno Americano tratto dai suoi racconti vincitore del Bando Next 2019; affianca Clio Saccà in Io sono il vento di Jon Fosse; incontra Chiara Guidi e il suo “metodo errante”; frequenta i laboratori di César Brie e Massimiliano Civica; si misura col teatro ragazzi mentre prosegue la formazione (fra gli altri) con Carlo Cecchi, Tomi Janežič, Maurizio Schmidt; fa parte del “Cantiere Ibsen #ArtNeedsTime”, progetto di alta formazione per performer.

Ilaria Marchianò a Officina Giovani

Savino Paparella

La consapevolezza attoriale di Savino Paparella, dopo prove di avvicinamento con Raul Manso e Marco Baliani, più laboratori itineranti fra Sardegna e Sicilia, ha una data precisa e un luogo altrettanto riconoscibile: Pontedera 1999. Perché qui, nella tana di Roberto Bacci, che Savino (milanese di nascita, classe 1973) traghetta la sua fisicità introversa, il suo carattere riottoso, il suo umore irrequieto. Da recitazione increspata di “altrovi”, sempre un po' traumatica. Dolorosamente efficace. Mai effimera, un bel concentrato di bagliori espressivi, turbolenze rocciose, la forza drammatica di Savino emerge fra un Beckett e un Shakespeare, un Pirandello e un Pessoa, un Oblomov e un Gengè. Contaminandosi e rafforzandosi con Fortebraccio Teatro di Roberto Latini nei cui spettacoli dal 2012 è presenza costante. Partendo da un sulfureo, dispotico Père Ubu. Poi in Rai fiction lo si incrocia nella Squadra e in Terapia d'urgenza, e ultimamente sullo schermo è Edmondo Peluso nel Martin Eden di Pietro Marcello.

Savino Paparella in via Giuseppe Mazzoni

Francesco Pennacchia

C'è qualcosa di scultoreo nell'essere attore, nel farsi interprete di Francesco Pennacchia. Come una astratta inquietudine, una armonica dissonanza, uno scarto sulfureo. Un dinamismo ribelle, una energia conflittuale. Una guittesca ironia. Non potrebbe essere altrimenti. Radici sudiste (Altamura 1971), studi a Siena (Lettere moderne: “La reinvenzione della Commedia dell’Arte nel 900”, a voler ribadire le origini), dove dal '95 al 2013 cresce artisticamente presso il centro di produzione e ricerca LaLut. Infine i “maestri” in perfetta sintonia e ingaggi sensibili: Alfonso Santagata, Egumteatro, Vetrano e Randisi, Roberto Latini e su tutti Claudio Morganti, mago kafkiano, profeta buchneriano. Buon sangue non mente. Partendo da una esperienza fondamentale: tre mesi d'estate 1993 col Carro dei Benandanti, da Gabicce Mare a Palmanova a bordo di un carro trainato da due cavalli. Eccola la fonte, l'origine, vissuta dal vivo nei borghi e nei paesi incontrati lungo il cammino.

Francesco Pennacchia in Piazza San Marco

Arianna Pozzoli

Studia filosofia alla Sapienza Arianna Pozzoli (romana origini siciliane classe 1992) come a coronare una full immersion nelle discipline dello spettacolo dal vivo (canto, danza, recitazione, performance, circo, improvvisazione), una ricerca di sé che profuma di intraprendenza, desiderio di conoscenza. La filosofia anche “maestra di vita” (forse più profonda) e compagna di viaggio. Il ventaglio di esperienze, studi, residenze, collaborazioni è nutrito.
Sfilano fra gli altri i nomi di Emma Dante, Gabriele Lavia, Giorgio Rossi, Virgilio Sieni, Andrea Baracco, l’Accademia d’Arte drammatica del Quirino, la Paolo Grassi, Muta Imago, Claudia Castellucci, Rosa Masciopinto. Altrettanto traboccante la rosa dei crediti formativi: Lecoq, Vassiliev, Strasberg, Linklater, OdinTeatret, Commedia dell’arte. Immutata l'energia che la pervade, dal 2013 al fianco di Dante Antonelli (Trilogia Schwab, Atto di Adorazione) al recente The Making of Anastasia con la regia di Martina Badiluzzi premiato alla "Biennale Teatro College 2019".

Arianna Pozzoli al Castello dell'Imperatore

Francesco Rotelli

Con quell'aria saputella e dispettosa, da impertinente monello che mette le puzze sulla sedia (o se preferite sotto il culo) del professore. Sorrisetto furbo. Citando Claude Sautet “è simpatico ma gli romperei il muso”. In realtà Francesco Rotelli gioca di fioretto. Sarcastico e gentile. Ironico e flessibile. Se ci parli non ti stressa. Il segno distintivo sono Gli Omini, ceppo di appartenenza e cruciverba di risonanze per La famiglia Campione. Poi con le Memorie del tempo presente la maschera si adatta, trattamento attoriale, temperature drammatiche. Lungo la Porrettana i ruoli si rimescolano, diluiti in un tessuto narrante fatto di cellule eccentriche, scampoli di umanità folle e dissestata. CRisiKo! (finalista Premio Scenario 2007) diceva già tutto: “Frasi fatte. Fasi fratte. Fiori fritti. Tre omini si sfuggono, si parlano, si ascoltano poco, s’incrociano, s’accoppiano, s’escludono, s’affliggono, s’afflosciano”. Vorticoso non sense pieno di senso.

Francesco Rotelli all'Oratorio del Beato Junipero Serra

Paola Tintinelli

“Io ero postina, faccio l'attrice ma da bambina volevo dipingere”. Il senso di Paola per il teatro lo trovo tutto qui. tto lì. Un fruscio di contraddizioni. Un azzardo di scelte. C'è un prima o un dopo da ammaestrare per la scena? Il presente è solo una scommessa, un atto dovuto di insensata immediatezza? Difficile dirlo. Di certo Paola, nata a Milano nel Sessantasette, studia a Brera, dove si diploma nel '91. “Avevo anche iniziato a fare qualche mostra e dei cartoni animati ma...”. La scommessa di Paola si concretizza al rovescio: assunta alle poste. Sei anni aspettando Godot. Intanto corsi, seminari, laboratori fra teatro e danza: con Antonietta Storchi, Danio Manfredini, Claudio Morganti, Maria Consagra, Abbondanza-Bertoni, Mauro Buttafava, Pippo Delbono. E' un punto di non ritorno: “Ho lasciato il posto fisso per il teatro”. Poi spettacoli con Davide Iodice, Walter Leonardi, Morganti. La certezza è l'incontro con Alberto Astorri. Che nel 2002 sfocia nella compagnia AstorriTintinelli. Il 2018 vede Paola finalista al premio Ubu come miglior attrice per Follìar e il 2020 ospite alla Biennale con He! He! He! Raccapriccio. L'autodidatta Paola, con la passione per il circo e la musica, non simula. Sa che ciò che sulla scena si svela è la marginalità. Il sotterraneo. Woyzeck insegna. La militanza può essere scomoda ma sotto il pavé c'è la sabbia.

Paola Tintinelli alla Stazione di Prato Porta al Serraglio

Luca Zacchini

La stralunata simpatia di Luca Zacchini è contagiosa. Sembra sempre sul punto di estraniarsi, di uscire di scena in punta di piedi con quell'aria da Candide che scopre assurde verità e inedite panoramiche esistenziali. L'alchimia di Luca, che sa di essere personaggio prima che attore, nasce dal basso coi suoi compagni di strada, "Gli Omini", ruspante e industrioso collettivo teatrale toscano nato nel 2006. Da quel metodo di lavoro (e di ricerca) che setaccia il territorio, scova storie ambienti aneddoti cronache, rintraccia tipi e caratteri, mentre ascoltano intervistano registrano, tutto un lievitare di spunti che poi diventa materia da plasmare e adattare per la scena, Luca estrae una distanza brechtiana, un'aria di disillusa malinconia e surreale attrattiva. Che, sganciatasi dagli Omini, mette al servizio di drammaturgie più “classiche”, scritture congrue e finalizzate, come quelle di Armando Pirozzi (Soprattutto l'anguria, Un quaderno per l'inverno) che lo vedono eccellente protagonista, diretto da Massimiliano Civica.

Luca Zacchini al Macrolotto Zero

foto Ilaria Costanzo
testi Gabriele Rizza